Non hanno un messaggio da consegnare, una categoria da rispettare o una destinazione da comunicare. Se gli fosse interessato, avrebbero fatto i ferrovieri.

Con il pittore Adriano Fida hanno intrecciato suoni, immagini e miti; con gli anti-concerti hanno messo in discussione il concetto stesso di concerto, risparmiando al pubblico l’imbarazzo di sapere cosa aspettarsi.

Discografia

Sound of the soul

2016

Multiexit

2016

Emotional garbage

2019

Music for Presagi

2023

Standard monstre

2023

Delight in tears

2026

La vera storia degli Oblomov

Gli Oblomov arrivano da San Pietroburgo e finiscono a Bologna.
Già questo dovrebbe essere sufficiente a far capire che il progetto non nasce esattamente da un piano industriale.

Ilja Ilic e Zachar si incontrano intorno alla musica, ma soprattutto intorno a una certa idea della musica: non come genere da rispettare, ma come cosa da lasciare entrare da tutte le finestre contemporaneamente. Rock, elettronica, psichedelia, ambient, suggestioni art, rumori raccolti per strada, voci, televisori, strumenti acustici, frammenti del mondo. La forma arriva dopo. Quando arriva.

Il nome, naturalmente, è quello del protagonista del romanzo di Ivan Gončarov: Il’ja Il’ič Oblomov, uomo capace di trasformare l’immobilità in una vera e propria filosofia esistenziale. Il gruppo prende il nome senza promettere di averne capito fino in fondo le conseguenze. In fondo anche questa è una forma di coerenza.

Nel 2015 il progetto approda stabilmente a Bologna, anche grazie all’incontro con il pittore Adriano Fida. L’incontro nasce in Russia, in modo abbastanza improbabile: Zachar racconta di aver incontrato Fida a San Pietroburgo dopo averlo incrociato per strada e averlo aiutato a trovare un posto dove bere una buona vodka. Da lì nasce un’amicizia destinata a diventare una delle matrici fondamentali del progetto.

Fida non è semplicemente un artista con cui gli Oblomov collaborano. I suoi quadri diventano una specie di detonatore. Le immagini suggeriscono suoni, i suoni cercano altre immagini, e alla fine nessuno sa più bene chi abbia cominciato per primo.

Da questa relazione nasce Sound of the Soul, pubblicato nel 2016. Il disco viene costruito anche attraverso una ricerca di suoni raccolti in viaggio: Giappone, Indonesia, Vietnam, Sud Italia e poi Bologna. L’idea era semplice solo sulla carta: catturare il mondo, portarselo a casa e provare a farlo stare dentro una canzone. Per farlo si viaggia con un registratore audio, una chitarra classica e un marranzano. I turisti tornano con le fotografie. Loro con i rumori.

Il risultato non è propriamente world music, non è propriamente elettronica, non è propriamente rock e non ha particolare interesse a risolvere la questione. È musica atmosferica, obliqua, a volte liquida e psichedelica, costruita per sovrapposizione più che per appartenenza. Una cacofonia che prova, con alterne fortune, a trovare un’armonia.

Il progetto cresce rapidamente anche fuori dai dischi. Le immagini entrano nella musica e la musica nelle immagini. Flavio Sciolè realizza diversi video per gli Oblomov e il rapporto con l’arte visiva diventa parte integrante dell’identità del gruppo.

Durante i live compare anche un vecchio televisore, trasformato in una specie di membro aggiunto della formazione: trasmette immagini, rumori e video sincronizzati alla musica, intervenendo nella scena come se avesse pagato regolarmente la quota associativa.

E poi c’è il divano.

Gli Oblomov non hanno mai avuto una particolare ossessione per l’idea che un concerto debba assomigliare a un concerto. Nei loro live il pubblico può trovarsi davanti a un salotto, un televisore, oggetti vintage, video, performer, una cena che viene preparata mentre la musica continua. I musicisti possono cucinare, suonare e mangiare contemporaneamente. È probabilmente uno dei pochi casi nella storia della musica contemporanea in cui il catering finisce direttamente dentro la scenografia.

Skiantos a parte.

Da questa attitudine nascono gli anti-concerti, concetto mutuato dall’antiartista Flavio Sciolè. Concerti che continuano a essere concerti anche quando fanno di tutto per non sembrarlo. Entrano in scena performer, maschere, televisori, acrobate, attrici, oggetti e situazioni che sembrano capitate lì per errore. Non si tratta di aggiungere spettacolo alla musica, ma di togliere al concerto l’obbligo di comportarsi bene.

Nel frattempo gli Oblomov continuano a produrre musica.

Arriva Multiexit, EP distribuito gratuitamente sul web e in poche limitate copie fisiche. Dentro ci sono anche due cover difficili da immaginare nello stesso disco: Russians di Sting, riscritta e adattata ai giorni nostri, e L’immensità di Don Backy, con lo stesso Don Backy alla voce. Il disco apre un’altra fase del progetto e porta gli Oblomov nuovamente in giro per l’Italia, isole comprese tranne, per qualche motivo, la Val d’Aosta.

La gratuità, in quel periodo, non è tanto una strategia quanto un atteggiamento. Se una cosa può circolare, la si lascia circolare. 

La formazione si allarga. Entrano nuove persone, nuove chitarre, nuovi modi di complicare le cose. Tra i musicisti che si inseriscono stabilmente al progetto c’è Nick Stolz, già tuttofare e scienziato pazzo attivo con Oneiric Productions, mentre la collaborazione con Maxim Ilizarov, batterista, scultore e figura importante dell’ambiente artistico orbitante intorno agli Oblomov, diventa centrale per il seguente album.

È proprio Maxim a occuparsi delle batterie di Emotional Garbage, disco registrato, mixato e masterizzato da Ilja Ilic e Zachar nei neonati Oneiric Studios di Casalecchio di Reno. Il progetto viene accompagnato dalle immagini del pittore Alessandro Sicioldr e il CD viene pubblicato in sole 500 copie, incastonato direttamente in una cornice da appendere al muro, come un quadro che per qualche motivo ha deciso di contenere anche della musica.

Emotional Garbage è, già dal titolo, un piccolo programma: spazzatura emotiva, scarti quotidiani, ansie, deformazioni e materiale umano non particolarmente adatto alla raccolta differenziata. Gli Oblomov continuano a muoversi dentro quello spazio in cui musica, pittura e performance smettono di essere discipline separate e diventano semplicemente modi diversi di guardare la stessa cosa.


Poi arriva Standard Monstre, un EP che decide di diventare anche un cortometraggio. A dirigere questa piccola creatura sono Giovanni Piretti e Andrea Roversi, mentre Simone Frabetti ne cura riprese e montaggio. Al centro del film c’è Sofia Cardarelli, guest star abbastanza magnetica da riuscire a dare un volto alle inquietudini che gli Oblomov avevano già messo in musica. Coprotagonista di Standard Monstre è lo stesso Nick Stolz, presenza inquieta e difficilmente rassicurante, che sembra essersi trovato nel posto sbagliato con una certa naturalezza, mentre gli altri due Oblomov compaiono, come di consueto, senza mai mostrare il volto. Il risultato è un viaggio sospeso fra sogno, claustrofobia e realtà deformata: cinque brani che sembrano essersi messi d’accordo con le immagini per rendere la vita quotidiana un po’ meno affidabile. Il tutto dedicato alla memoria di Adriano Fida, perché evidentemente anche la morte, con gli Oblomov, non poteva avere l’ultima parola senza prima passare dal montaggio.

Il progetto porta ancora più avanti il rapporto fra musica e immagine, fino a rendere quasi impossibile stabilire se si stia guardando un cortometraggio con una colonna sonora o ascoltando un disco che ha deciso di diventare cinema.

Ma gli Oblomov non hanno ancora finito.

A un certo punto, di mercoledì, si aggiunge al progetto Alessio Polygraph, istrionico cantante e pensatore, figura abbastanza difficile da catalogare e proprio per questo perfettamente compatibile con il resto della faccenda.Nasce così Delight in Tears.Il disco viene partorito in un momento particolarmente favorevole alla produzione artistica: quello in cui Zachar decide di partire per un ritiro spirituale fino a data da destinarsi. 

È un disco che porta dentro questa contraddizione: la malinconia e l’ironia, la distanza e la presenza, il desiderio di restare e quello di sparire. Un altro capitolo di quella musica che gli Oblomov continuano a costruire senza preoccuparsi troppo di stabilire in anticipo cosa dovrebbe diventare.

Ancora una volta l’audioquadro, che puoi appendere al muro con un normale martello (chiuodo non incluso), può vantare in copertina un’opera di Adriano Fida.

La cosa certa è che poi Zachar parte, e il problema è che Zachar vaga continuamente. Le lettere tornano spesso indietro.A volte con un timbro. A volte senza timbro.Una volta è tornata una lettera che non avevamo ancora spedito.La situazione, in generale, è un gran casino.Ma gli Oblomov non hanno fretta, non gli interessa la puntualità.

Se gli fosse interessata, avrebbero fatto i ferrovieri.