Adriano Fida nasce a Reggio Calabria nel 1978 e cresce artisticamente dentro una contraddizione che, vista da fuori, potrebbe sembrare complicata e che invece per lui era probabilmente del tutto naturale: guardare molto indietro
per poter dipingere qualcosa che appartiene al presente.

Si forma all’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria e approfondisce poi a Torino la tecnica dell’affresco sotto la guida di Silvano Gilardi, Abacuc. La sua pittura prende le mosse dai grandi maestri del passato, attraversa la tradizione fiamminga e caravaggesca e arriva alla contemporaneità senza mai fingere che il passato non sia mai esistito. Al centro ci sono la figura umana, la natura, la materia, il mito e soprattutto la Magna Grecia: non come repertorio archeologico da cartolina, ma come qualcosa di ancora vivo, capace di riaffiorare dentro le persone e nelle cose di tutti i giorni.

Adriano dipinge uomini e donne e qualche volta li fa diventare divinità. Non perché fossero particolarmente eroici, ma forse proprio perché non lo erano. Il suo mito parte spesso dalla quotidianità e la trasforma. La materia della pittura diventa così una specie di lente: attraverso la tecnica, la luce e il colore, una persona qualunque può improvvisamente avere addosso qualcosa di antico, enorme, quasi sacro.
Eppure rimane una persona.

Nel corso degli anni espone in diverse città italiane, dalla Galleria l’Agostiniana e dal MACRO di Roma al Maschio Angioino di Napoli, Palazzo Medici Riccardi a Firenze e l’Affordable Art Fair di Milano. Nel 2015 viene selezionato da Vittorio Sgarbi per Expo Arte Italiana a Villa Bagatti Valsecchi, nell’ambito di Expo Milano, dove riceve il primo premio nella sezione pittura. Nel 2016 arriva Mytomorphosis, la personale a Palazzo Flangini a Venezia.

Ma raccontare Adriano soltanto attraverso mostre, premi e curriculum sarebbe un po’ come raccontare una persona spiegando soltanto dove ha parcheggiato. La parte che ci riguarda comincia in Russia.



Adriano incontra Zachar Trofimov a San Pietroburgo. Secondo il racconto di Zachar, si erano conosciuti in maniera abbastanza poco protocollare: Adriano era appena uscito da una mostra all’Accademia e gli aveva chiesto, in uno strampalato inglese, dove si potesse bere la vodka migliore. Da lì nasce un’amicizia, e con l’amicizia arriva un’idea che all’inizio sembra quasi una battuta: mettere in musica i suoi quadri.
Non lo era.
Dopo un invito di Adriano a trascorrere un periodo in Calabria, tra le rovine magnogreche di Kaulon, Ilja e Zachar cominciano a lavorare davvero su quella intuizione. Echo, la prima creatura degli Oblomov, nasce nello studio di Adriano, davanti a un suo quadro. Da quel momento la pittura di Fida non è più soltanto qualcosa da guardare: diventa un punto di partenza per comporre.

Gli Oblomov arrivano quindi a Bologna nel 2015, portandosi dietro quell’amicizia e quella strana idea. Il resto della storia nasce da lì.

Per Sound of the Soul, il primo album degli Oblomov, il rapporto con Adriano diventa il centro del progetto. Il disco prende forma a partire dalla sua pittura e da una ricerca sonora che passa anche attraverso mesi di viaggi in Giappone, Indonesia, Vietnam e nel Sud Italia, prima di tornare nello studio bolognese. I miti greci reinterpretati da Fida diventano così materia musicale; i suoni raccolti nel mondo tornano a Bologna e cercano una forma capace di stare accanto a quelle immagini.

Il risultato è volutamente difficile da separare. Un quadro genera una canzone. Una canzone rimanda a un quadro. E alla fine non è più così importante stabilire chi abbia cominciato per primo.

Questa idea arriva anche nello spazio espositivo. Nel 2016, durante Mytomorphosis a Palazzo Flangini, a Venezia, le opere di Adriano vengono accompagnate dalle musiche degli Oblomov: davanti ai dipinti il pubblico può ascoltare attraverso le cuffie il brano associato a quell’immagine. È uno dei momenti in cui la loro collaborazione diventa fisicamente ciò che era sempre stata nella testa: pittura e musica che si guardano e si ascoltano a vicenda.


Da quel sodalizio nasce anche molto di quello che diventerà Oneiric Productions. Non una semplice etichetta discografica, ma l’idea di una factory in cui pittura, musica, video, performance e oggetti possano incontrarsi senza dover prima cmarcompilare il modulo corretto.

Adriano presenta agli Oblomov anche Flavio Sciolè, e da quella collaborazione nasceranno i video legati a Sound of the Soul, Sono una creatura, No One Can Ever Possess e Sirena in Burlesque. La tela di Fida compare anche nel videoclip di Sound of the Soul.

Nel frattempo gli Oblomov trasformano quella stessa idea in spettacolo: divani, vecchi televisori, video, oggetti, musica, performance. Più avanti arriveranno gli anti-concerti, le attrici, le maschere, gli acrobati e i trapezi. Ma alla radice di tutto c’è anche quella prima intuizione: che un’opera non debba necessariamente stare ferma nel posto in cui l’hanno messa.

Adriano continua a dipingere e a esporre. Gli Oblomov continuano a fare dischi. Il rapporto fra le due cose, però, non si interrompe mai davvero.

Nel 2022 Adriano muore a Rosarno, a 44 anni.

Gli Oblomov continuano. E forse è questa la parte più difficile da raccontare senza diventare retorici.

Adriano non è soltanto l’artista dai cui quadri è nato Sound of the Soul. Non è soltanto quello che ha fatto incontrare due musicisti russi e una città italiana, né soltanto il pittore della Magna Grecia, dei miti, della materia e delle figure umane trasformate in divinità.

È una delle persone senza le quali gli Oblomov, semplicemente,
non sarebbero esistiti nella forma in cui li conosciamo.

Per questo il rapporto con Adriano non appartiene soltanto alla storia degli Oblomov. È dentro la loro musica, dentro Oneiric Productions, dentro il modo stesso in cui abbiamo imparato a pensare alle immagini e ai suoni.

E forse è proprio questo che resta di un’amicizia vera: non il ricordo di una persona messo in una teca, ma le cose che continuano a succedere perché quella persona, a un certo punto, è passata di lì.

Adriano Fida è passato di lì.

E noi, da allora, continuiamo a fare rumore.